COVID-19: cosa ci ha insegnato la pandemia di World of Warcraft

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E se vi dicessi che ciò che stiamo vivendo con la pandemia era già successo in un videogame? Non ci credete? Beh vi racconto una storia…

Tutto è cominciato nel 2005 e più precisamente il 13 settembre quando il gioco World of Warcraft era frequentato da poco più di sei milioni di utenti. Blizzard, casa di sviluppo del titolo per PC, realizzava un’espansione che aggiungeva degli scenari con demoni super assetati di sangue e che erano accessibili solamente ai giocatori più forti. In particolare, nell’espansione Blizzard, era presente un drago (femmina?), Hakkar che si difendeva dagli attacchi degli impavidi giocatori con l’incantesimo Corrupted Blood.

Che cos’è Corrupted Blood

Corrupted Blood, l’incantesimo difensivo di Hakkar, il drago dell’espansione per World of Warcraft era temutissimo dai gruppi di giocatori che incontravano il drago perché non solo toglieva punti vita ma era in grado di contagiare i compagni di avventura.

L’effetto di Corrupted Blood si sarebbe dovuto fermare uscendo dalla foresta dimora di Hakkar ma qualcosa andò storto: l’effetto collaterale del virus, infatti – ad insaputa anche di Blizzard – è che il virus iniziò a diffondersi anche al di fuori della foresta. Accadde, infatti, che i gruppi di giocatori che tornavano nei propri villaggi iniziarono a contagiare giocatori che non avevano mai avuto nulla a che fare con la foresta di Hakkar. Ecco che, dunque, il paziente zero di una pandemia virtuale aveva dato inizio a qualcosa di assolutamente fuori controllo.

Corrupted Blood ed il COVID-19

La differenza fra Corrupted Blood ed il COVID-19 che conosciamo è che fu una pandemia al contrario: ad essere infettati ed a morire furono soprattutto giocatori giovani ovvero avatar con pochi punti vita che non potevano fare altro che soccombere all’incantesimo. Purtroppo per loro, inoltre, anche una volta tornati in vita – resuscitati – il problema si ripresentava.
Diverso, invece, il discorso per i giocatori più esperti e navigati: per loro, infatti, Corrupted Blood era alla stregua di un brutto raffreddore che poteva essere curato con delle cure costanti ma che, alla lunga, iniziò ad infastidire parecchio gli utenti.

La quarantena di World of Warcraft

All’inizio fu lo stupore, poi fu la rabbia. I players iniziarono ad inondare Blizzard di mail di protesta per questa cosa che non si riusciva a risolvere in nessun modo e ad un certo punto Blizzard cercò di capirci qualcosa.

E quale fu la prima misura adottata da Blizzard? La quarantena. “Tutti gli infetti da Corrupted Blood sono pregati non allontanarsi dai propri villaggi e di non entrare in contatto con altri players fino a nuovo ordine“. Nacquero così i primi DPI: dispositivi di protezione individuale. Alcuni giocatori per settimane evitarono di collegarsi per evitare di infettarsi, altri misero in piedi veri e propri villaggi portando all’interno personaggi con poteri curativi che, però, finirono per contagiarsi anche loro. Altri, invece, in barba ai consigli, continuarono ad andare in giro per il mondo di gioco mietendo altre vittime. World of Warcraft era stato letteralmente decimato e Blizzard non sapeva da dove cominciare.

E quando il quadro della situazione sembrava intero, ecco che anche gli animali ed i personaggi gestiti dall’IA iniziarono ad infettarsi diventando un vero e proprio veicolo d’infezione.

Nei videogames vincere è più facile

Dopo settimane di panico ed un titolo che sembrava irrimediabilmente distrutto, Blizzard ebbe l’idea o meglio, trovò a suo modo la cura: chiuse i server infetti e riportò i players alla situazione precedente rispetto al rilascio dell’espansione. Tutto risolto dunque? neanche per sogno. I problemi per Blizzard erano appena cominciati.

Le accuse reciproche fra Blizzard ed i giocatori

A fine della pandemia, o come si dice “a bocce ferme” i giocatori non la mandarono certo a dire alla società di sviluppo su come la pandemia fosse stata gestita male fin dalla sua origine; dall’altra parte invece Blizzard replicò accusando i players di aver mal gestito i consigli di quarantena che avrebbero evitato conseguenze così vaste: insomma uno scambio fitto di mail, insulti, mezze verità e tanta rabbia!

Morale

Una morale in fondo c’è: le pandemie possono scoppiare involontariamente e per vincere bisogna essere in due: da una parte la popolazione che deve “proteggersi” per riuscire a contenere la diffusione del virus; dall’altra le autorità che devono gestire al meglio l’emergenza dando strumenti adeguati alla popolazione e notizie concrete che non lascino adito a libere interpretazioni.

Ma questa è un’altra storia…